martedì 21 febbraio 2012

LA VITA DOPO I 50 ANNI


Girellando su internet mi sono imbattuto in alcuni siti e blog che parlavano della vita dopo i 50 anni. Avendo passato anch’io da pochi anni la soglia dei 50 l’argomento aveva un particolare interesse. Quando ero più giovane vedevo questo traguardo come la soglia di un inarrestabile declino. Sorprendentemente non mi sento poi così decrepito come mi sarei immaginato.  Aspettavo con terrore quella “crisi dell’età di mezzo” di cui avevo letto e studiato sui testi di psicologia, che ancora non si è presentata o, se è arrivata, non ho riconosciuto…
In uno studio pubblicato nella Harvard Business Review (1), il dr. Carlo Strenger, psicologo, filosofo e docente della Tel Aviv University  chiama questo periodo della vita,  di  “transizione”, grazie al fatto che negli ultimi 40 anni  la vita media si è allungata grazie alle ricerche scientifiche, una corretta alimentazione e un corretto  stile di vita, dopo i 50, la consapevolezza e la realizzazione del sé sono possibilità concrete. Le ricerche sulla meditazione hanno ribaltato la credenza che in età matura le funzionalità cerebrali cominciano a deteriorarsi, per  questi motivi il dott. Strenger ritiene che con un atteggiamento positivo quelli dopo i 50 potrebbero essere “i migliori anni della nostra vita”.
Consideriamo che il  meglio deve ancora arrivare e che i migliori anni sono quelli che abbiamo davanti. Siamo in una fase di maggior consapevolezza rispetto al passato: abbiamo più possibilità di potere realizzare i nostri programmi ed i nostri sogni.
Abbiamo potenziato tutte le nostre abilità e possiamo essere  all'apice della realizzazione del sé. Possiamo diventare quello che avremmo sempre voluto essere.
La consapevolezza delle nostre abilità e dei nostri mezzi ci fa affrontare gli ostacoli  e le difficoltà più serenamente. I cambiamenti sono spunto per l'evoluzione a qualsiasi età: anche buttarsi in una nuova sfida professionale avrà ottime possibilità di successo perché le scelte saranno mature, basate su conoscenze ed esperienze di molti anni e non frutto dell'incoscienza giovanile.
Si apprezza la compagnia: da adulti ci si circonda di persone che si conoscono bene e delle quali si ha stima, per cui il loro supporto è sempre più sincero e utile di quello dei "compagni di avventure" dei più giovani. 

E voi coetanei 50enni cosa ne pensate? Vi sentite in fase "declinante" o ancora pieni di entusiasmo per realizzare nuovi, o vecchi, progetti?

(1) The Existential Necessity of Midlife Change. by Carlo Strenger, Arie Ruttenberg Source: Harvard Business Review

venerdì 3 febbraio 2012

LA SCIENZA INDAGA LA SPIRITUALITA'


Da qualche anno vista la diffusione delle pratiche di meditazione, la scienza ha cominciato a studiarne gli effetti.

Vi è stato un incremento degli studi clinici sulla meditazione, dal momento che sono sempre più frequenti le ricerche che mostrano che le persone che praticano la meditazione regolarmente provano un senso di calma e pace interiore. Ormai da qualche tempo i neuroscienziati stanno dimostrando che attraverso la pratica della meditazione si produce un’alterazione delle frequenze delle onde cerebrali con conseguente riduzione dello stress e delle emozioni negative. I meditatori esperti sono più calmi, reagiscono meglio allo stress quotidiano e rispondono più efficacemente in compiti che richiedono concentrazione e focalizzazione dell’attenzione.  Alcuni ricercatori ritengono che certe modificazione del cervello possano portare benefici fisici come la regolazione della pressione arteriosa, e nella prevenzione delle malattie.  Gli scienziati ed i praticanti di meditazione fra i quali lo stesso Dalai Lama, vogliono ora cercare di capire la durata e la costanza della meditazione che occorre per raggiungere questi risultati : 20 minuti due volte al giorno potrebbero essere sufficienti?

Si discute anche se certi farmaci attivando chimicamente gli stessi meccanismi potrebbero ottenere gli stessi risultati e la stessa pace mentale  di ore di meditazione.

Il dr. David Davidson dell’Università del Wisconsin è stato il primo a studiare e a registrare l’attività  cerebrale dei monaci Tibetani durante la meditazione e ha scoperto che i praticanti più esperti si liberano delle emozioni negative aumentando le onde cerebrali gamma in misura due o anche  tre volte maggiore di quelle riscontrate nei non praticanti.

Il dr. Clifford Saron dell’Università di Davis in California, ha proposto un esperimento particolare. Vuole trovare 30 persone che vivano in ritiro per un anno su una spiaggia della California passando i giorni in lunghe sessioni di ore di intensa meditazione ed essere sottoposti periodicamente ad esami mediante scanner cerebrali, risonanza magnetica, analisi del sangue. Il dr. Safran spera di poter determinare se la meditazione produca modificazioni biologiche permanenti, come nuove cellule cerebrali che diano un senso di tranquillità. E qui si innesta l’interesse delle case farmaceutiche perché se venisse scoperta un’area del cervello responsabile della pace mentale potrebbero creare dei farmaci che provochino lo stesso effetto.

Paul Elkman, professore di psicologia all’Università di California di San Francisco, esperto in espressioni del volto ha riscontrato che i lama Tibetani sono in grado di valutare le  espressioni facciali delle emozioni in modo più rapido ed accurato di migliaia di persone esaminate da lui.  Il prof. Elkman  ritiene che la meditazione offra il modo di fortificare i circuiti che regolano le emozioni e l’attenzione e crede che la pratica potrebbe essere di aiuto a chi soffre da disturbi mentali caratterizzati da reazioni emotive anomale.

Questi studi hanno avuto impulso dal Dalai Lama che era curioso di sapere se queste pratiche millenarie avessero una base scientifiaca. Invitato ad una conferenza nazionale della Society of Neuroscience, ci furono inizialmente delle  polemiche per la petizione di alcuni neuroscienziati che ritenevano non ammissibile che un leader religioso parlasse di scienza. Il Dalai Lama, ivece,  sorprese un po’ tutti perché si  concentrò solo sugli aspetti scientifici dei rapporti fra mente , emozioni negative ed il modo di liberarsene. Ha sbalordito coloro che temevano risposte basate su dogmi o citazioni di verità assolute esordendo con l’affermazione : "Alcuni pensano che l’etica si debba fondare su principi religiosi. Io non la penso così". Fino ad affermare che in caso di conflitto fra scienza e dogmi buddhisti,  il buddhismo dovrebbe conformarsi a fatti certi e verificati. Ha concluso con un appello che la scienza si faccia  guidare da principi etici, ad usare ragione e compassione per scegliere ciò che sia di beneficio per la maggioranza delle persone. 



martedì 31 gennaio 2012

MEDITAZIONE

                                                     

Rileggendo un numero della rivista Time di qualche anno fa mi sono imbattuto in un articolo di Joel Stein che parla della meditazione.

Vi riporto un breve riassunto per una riflessione.

Gli scienziati la studiano. I dottori la consigliano. Milioni di americani – la maggior parte dei quali non possiede nemmeno cristalli – la pratica ogni giorno. Perché? Perché funziona.
L’autore parla della  sua esperienza durante un corso di meditazione che ha seguito all’Insight Meditation Society di Barre nel Massachusetts. Dopo aver descritto le iniziali difficoltà del principiante: dalle donne attraenti fasciate da tutine attillate; l’indolenzimento di caviglie e ginocchia; la domanda ricorrente ‘ma io che ci faccio qui? Sto perdendo il mio tempo’; finché improvvisamente scatta qualcosa e per un attimo si trova in uno stato di chiarezza mentale, di pace e serenità. Poi comincia a descrivere il fenomeno che sta trasformando la società americana.


“Non solo gli studi e le ricerche dimostrano che la meditazione rinforza il sistema immunitario, ma ecografie del cervello suggeriscono che potrebbe riprogrammare il cervello a ridurre lo stress. Coloro che non praticano la meditazione stanno diventando una minoranza. Dieci milioni di americani adulti dichiarano di praticare qualche forma di meditazione regolarmente, il doppio rispetto a dieci anni fa. ‘I corsi di meditazione sono pieni di americani medi che non posseggono cristalli, non sono abbonati a riviste New Age,e non risiedono nemmeno a Los Angeles’.  Per i nuovi professionisti emergenti che si rendono conto di essere più stressati delle generazioni  precedenti (di contadini, allevatori di bestiame, fabbricanti di sapone) la meditazione è una via d’uscita. ‘E non devono più andare da qualche guru barbuto in mezzo alla foresta a farlo. (Sta diventando difficile evitarlo)  Infatti i corsi di meditazione sono offerti in scuole, ospedali, studi di avvocati, uffici governativi, aziende e prigioni. Negli aeroporti vi sono delle salette riservate specificamente alla meditazione accanto a cappelle religiose e  Internet points  La meditazione è stata materia di studio in un corso all’accademia militare di West Point, il tema di un articolo nel numero della primavera 2002 del Harward Law Review ed in molti discorsi da spogliatoio dell’allenatore dei Lakers Phil Jackson”.

Prosegue citando altri episodi che documentano la crescente  diffusione della meditazione. Nelle scuole della  Maharishi University Schools a Falirfield  nello Iowa  che comprende università, scuole medie e superiori ed elementari, gli studenti meditano insieme due volte al giorno. Lo Shambala Mountain Center in Colorado è passato dai 1342 visitatori nel 1998 a 15000 previsti nel 2003 (Al tempo dell’articolo). Nelle Catskills di New York gli alberghi si stanno trasformando in centri di meditazione.

“Ma il vero interesse è più medico che culturale. La meditazione è sempre più consigliata da medici come fattore di prevenzione, rallentamento o controllo del dolore delle malattie croniche come problemi cardiaci, AIDS, cancro e sterilità. Viene usata anche per ricreare un equilibrio in disturbi psichici come depressione, iperattività e disturbi dell’attenzione.  Nell’incontro fra misticismo Orientale e scienza Occidentale i dottori stanno abbracciando la meditazione non perché è di moda  ma perché gli studi e le ricerche scientifiche stanno cominciando a mostrare che funziona particolarmente per malattie legate allo stress. ‘Da trent’anni le ricerche sulla meditazione ci dicono che funzionano benissimo come antidoto contro lo stress,’ dice Daniel Goleman, autore di Emozioni Distruttive , coversazioni fra il Dalai Lama e alcuni neuroscienziati. ‘Ma la cosa più interessante delle nuove ricerche è come la meditazione può allenare la mente a rimodellare il cervello.’

A mano a mano che la meditazione ha lasciato da parte l’aspetto più esotico i metodi sono divenuti più pratici. C’è meno incenso che brucia oggi, ma rimane il cuore della filosofia buddhista: la percezione che sedendo in silenzio da 10 a 40 minuti al giorno, concentrati sul respiro, su di un’immagine o una frase, ci si può allenare a focalizzarsi sul momento presente piuttosto che sul passato o il futuro, e si può trascendere la realtà accettandola totalmente.  Nella sua forma più moderna e americanizzata, ha lasciato da una parte i mantram recitati in sanscrito o in tibetano, e li ha sostituiti con un suono o con l’attenzione sul respiro. E’ la pratica della ripetizione che è patrimonio, tecnica comune a molte le religioni.
L’articolista elenca i vari metodi di meditazione delle varie tradizioni e scuole, zen, tibetane e indiane e si sofferma sugli studi scientifici che hanno mostrato monaci in intensa meditazione che possono coscientemente alterare le loro funzioni corporee: dall’insensibilità al dolore alla capacità di alterare la temperatura corporea, il battito cardiaco e la pressione arteriosa. Poi vengono mostrati grafici EEG e foto di TAC in cui si vedono modificazioni delle onde cerebrali. Ora c’è la prova scientifica che i racconti sugli yogi himalayani non erano solo leggende.

Il cervello, così come il corpo, subisce delle sottili modifiche durante le meditazione profonda. I primi studi scientifici negli anni ’60 e ’70 dimostrarono che chi pratica la meditazione è veramente centrato. In india un ricercatore chiamato B. K. Anand ha notato che gli yogis possono entrare in stati meditativi così profondi che non reagivano nemmeno al tocco di un tubo incandescente sul loro braccio. 
“Nel marzo 2000 gli studi sulla meditazione sono entrati in una nuova fase, quando a Dharamsala c’é stato l’incontro fra il Dalai Lama e neuroscienziati e psicologi occidentali in cui ha proposto al Mind and Life Institute di organizzare degli studi sui maestri di meditazione più esperti utilizzando i più avanzati strumenti di immagine e visualizzazione i cui risultati sarebbero stati discussi in settembre in un convegno al MIT.  Questi studi hanno mostrato in modo più dettagliato il funzionamento del cervello durante la meditazione. Hanno scoperto che con la pratica i neuroni si adattano a dirigere l’attività nella zona frontale, quella della concentrazione. E’ ciò che porta ad ‘imparare ad essere totalmente presenti del momento.’ Robert Thurman , direttore della Tibet House dice: “In Asia la meditazione è una sorta di attrezzo che ognuno usa. Non è necessario diventare buddhisti.”

Ma l’interesse americano per la meditazione è aumentato da quando le ricerche hanno dimostrato che “possono vivere più a lungo senza dover fare jogging o mangiare broccoli.”  
Il Dr. Dean Ornish prescrive ai pazienti un “cambiamento di stile di vita, con yoga, meditazione e una sana alimentazione per invertire il processo di sclerosi delle arterie, il dr Jon Kabat-Zinn ha aiutato più di 14.000 persone affetti da cancro, AIDS, e dolori cronici  ad alleviare il dolore senza farmaci insegnando loro a concentrarsi sul dolore e accettarlo invece di resistergli e combatterlo. “ Se pensiamo di poter far qualcosa per loro non siamo sulla strada giusta, ma se cambiamo prospettiva e quadro di riferimento e gli suggeriamo che essi stessi possono fare qualcosa per loro se gli mettiamo a disposizione degli strumenti efficaci, le cose cambiano radicalmente.”  
Così l’unione fra le moderne tecnologie scientifiche e le antichissime tecniche di meditazione stanno portando un cambiamento epocale.

lunedì 23 gennaio 2012

COUNSELING E COACHING


 
 Molte persone mi chiedono che differenza ci sia fra Counseling e Coaching. In effetti non c'è molta differenza: entrambi hanno come obiettivo lo sviluppo delle potenzialità della persona attraverso l'attivazione delle risorse interne. La differenza più evidente è che il Counseling si è sviluppato più in ambito "sociale" e della salute mentale, mentre il Coaching in ambito aziendale, anche se vi sono counselors che operano in azienda e Life Coaches che si occupano di salute mentale.
Ecco alcune definizioni che ne indicano le differenze.
 
                                                               Counseling

Il counseling è un intervento professionale orientato alla prevenzione del disagio individuale e sociale. Si occupa  di problemi specifici come prendere decisioni, sviluppare la conoscenza di sé, migliorare il proprio modo di relazionarsi agli altri. Il counseling ritiene che ogni individuo sia autonomo e il suo intervento è mirato ad incentivare il concetto di responsabilità individuale. Per questo il counselor ha nei confronti del proprio cliente un atteggiamento attivo, propositivo e stimolante le capacità di scelta. Il counseling si configura dunque come un intervento di tipo psicopedagogico, e non psicologico in senso stretto. Il Counselor è la Figura Professionale che, avendo seguito un corso di studi almeno triennale, ed in possesso pertanto di un diploma rilasciato da specifiche scuole di formazione di differenti orientamenti teorici, è in grado di favorire la soluzione di disagi esistenziali di origine psichica che non comportino tuttavia una ristrutturazione profonda della personalità.

L'intervento di counseling può essere definito come la possibilità di offrire un orientamento o un sostegno a singoli individui o a gruppi, favorendo lo sviluppo e l'utilizzazione delle potenzialità del cliente.

                                                               Coaching

Si definisce coaching il processo attraverso il quale si aiutano individui e gruppi di persone a raggiungere il massimo livello delle proprie capacità di performance.
Le metodologie del coaching sono “orientate al risultato” piuttosto che “centrate su problema”. Tendono ad essere “centrate sulla soluzione", ad incentivare lo sviluppo di nuove strategie di pensiero e di azione,  piuttosto che cercare di risolvere problemi e conflitti del passato.  

Il termine “coach” in inglese significa “carro, carrozza”. Un coach è un veicolo che trasporta una persona o un gruppo di persone da un luogo di partenza a un luogo di arrivo desiderato.

La nozione di coaching nel senso “educativo-formativo” del termine è derivata dal concetto che il tutor “porta” o “trasporta” lo studente attraverso il suo percorso di esami. Il coach/formatore è un “tutor privato” con il ruolo di formare o addestrare i singoli individui o squadre a realizzare delle performance.
Il Coaching consiste nel fornire alle persone un aiuto efficace per raggiungere dei risultati nell’ambito di una gamma di livelli. Si concentra sul rafforzamento dell’identità e dei valori e sulla realizzazione di sogni e obiettivi. (Dilts)

domenica 15 maggio 2011

Psicosintesi

"Un metodo di auto-formazione e realizzazione psico-spirituale per tutti coloro che non vogliono accettare di restare schiavi dei loro fantasmi interiori e degli influssi esterni, di subire passivamente il gioco delle forze psicologiche che si svolge in loro, ma vogliono diventare padroni del proprio regno interiore."
(Roberto Assagioli)

La Psicosintesi è l’unico modello e teoria psicologica originale sviluppato in Italia. Fondata dallo psichiatra Roberto Assagioli ha una concezione unitaria dell’essere umano e si propone di approfondire la conoscenza di sé, di sviluppare le proprie potenzialità e la propria creatività, di armonizzare tutte le componenti della personalità, attraverso tecniche espressive come il disegno libero, la scrittura o la musica, e strumenti di riflessione interiore quali la visualizzazione simbolica e la meditazione.



Assagioli è stato un innovatore e ha dato un importante contributo alla Psicologia Umanistica e alla Psicologia Transpersonale. La sua visione dell’uomo ha contribuito a spostare l’indagine psicologica, da un paradigma orientato alla patologia ad un metodo di indagine di crescita personale ed “educazione interiore” per tutti, non solo per i “malati” ma anche per i “sani”. Anche se si è sviluppata come psicoterapia, già il nome che aveva scelto prima chiamare il suo metodo Psicosintesi, “Psicagogia”, rimanda ad una concezione più umanistica, in cui è centrale l’idea dell’autocoscienza.

Viene enfatizzato che:

• ogni individuo è in costante evoluzione, sviluppo, accrescimento, e tende a realizzare le sue potenzialità latenti.

• L’importanza del significato, che ognuna dà alla sua vita.

• Il riconoscimento dell’importanza dei valori, etico, estetico, noetico, religioso.

• La consapevolezza delle motivazioni che determinano scelte e decisioni.

• La responsabilità di tali scelte e decisioni.

• Lo sviluppo e l’allenamento della volontà.

• L’importanza delle esperienze positive, creative denominate le “esperienze delle vette”(peak experiences): autorealizzazione, realizzazione, illuminazione, pace e gioia”.(1)



L’enfasi su queste qualità umane piuttosto che sulla patologia fanno della psicosintesi un modello di lavoro molto efficace per il counseling.





(1) Roberto Assagioli, Principi e metodi della Psicosintesi Terapeutica, 1973, Astrolabio.

lunedì 2 maggio 2011

Ascolto

Il counseling si basa essenzialmente sull'ascolto. Ascolto dell'altro e accettazione incondizionata di chi ci sta di fronte. Per fare questo è necessario creare un silenzio interiore: fare tacere i nostri giudizi, convinzioni, pre-supposizioni. Possiamo riuscirci solo con un paziente lavoro di attenzione ai movimenti ed ai contenuti della nostra mente in modo che non interferiscano nella relazione.

lunedì 22 febbraio 2010

nuovo sito

Ho voluto creare questo blog da aggiungere al mio nuovo sito http://www.counselingolistico.it, per permettere a chi ne abbia voglia di condividere informazioni, idee, spunti di riflessioni sul counseling, e più in generale sulla crescita personale. Il counseling, presente in gran parte del mondo e in Europa, si sta sviluppando anche in Italia, ma molta strada resta ancora da fare per il riconoscimento della professione, per la creazione di standard formativi condivisi, per la definizione di un proprio ruolo e spazi di azione specifici, cercando di non "pestare i piedi" ad altre professioni affini. Per chi non lo conoscesse, il Counseling si potrebbe definire come un sostegno di tipo relazionale per vari tipi di disagio di solito di natura esistenziale e che non sconfinano nella psicopatologia. Il counselor aiuta il cliente ad attivare le proprie risorse personali per definire la natura del disagio o della difficoltà e lo incoraggia a sperimentare strategie di azione per la risoluzione di tale difficoltà: in una parola l'intervento di counseling si potrebbe definire "empowerment". Per questo, da pedagogista, vedo il Counseling più affine alla Pedagogia che alla Psicologia, più un intervento di crescita personale che di "terapia".



Benvenuti nel mio blog